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Nel segno dei peccati capitali | Stampa |

Nel segno dei peccati capitali. Un mordi e fuggi, di poche ore, con mete ben mirate.
Accidia, ira, superbia, gola, avarizia, invidia, lussuria, dove ci porteranno? Chi ci faranno incontrare a Venezia?

 

Come le virtù, i vizi derivano dalla ripetizione sistematica di azioni che formano nel soggetto che le compie, una sorta di "abito" che lo inclina in una certa direzione.
Nel Medioevo fu San Tommaso, che rivisitò la logica aristotelica a fini teologici, applicandola in chiave cristiana, comprensiva anche dei peccati capitali.
Ira, accidia, lussuria, avarizia (radix omnium malorum, Dante, Inf. I), invidia, gola e superbia.
Nel medioevo, tra i vizi c'era pure la tristezza, ed essi sono visti come un'opposizione della volontà umana alla volontà divina.
Con successive modificazioni nel corso dei secoli, Kant li identifica come un'espressione della tipologia umana o di una parte del carattere e diventano la manifestazione della "psicopatologia" dell'uomo. I vizi diventano quindi malattie dello spirito, mentre, nell’ottica cristiana, rimangono il fattore che distingue la natura (uomini compresi) da Dio. Il peccato è l'errore, e distingue gli essere imperfetti dall'essere Perfetto, cioè Dio.

 

ACCIDIA - Il termine, nel greco classico, designa la negligenza, l'indifferenza, la mancanza di cure e d’interesse per una cosa, inoltre, in termini più correnti, l'abbattimento, lo scoraggiamento, la prostrazione, la stanchezza, la noia e la depressione dell'uomo di fronte alla vita.
Affrontiamo l’accidia, andando alle Gallerie dell’Accademia (fermata Actv corrispondente, linee 1 e 2), per vedere un quadro famosissimo, “la madre” o “la vecchia” del Giorgione.
GiorgioneLaVecchia Giorgione, la vecchia, Venezia, Gallerie dell'Accademia

Il quadro fu dipinto tra il 1506 e il 1510 (critica divisa) probabilmente per Gabriele Vendramin, che abitava in zona S.Fosca a Cannaregio, mentre il nostro aveva casa e studio in campo S. Silvestro (forse al civico 1022, forse al 1091), “dall’altra parte dell’acqua”, come si spiegano i veneziani per indicare qualche luogo da raggiungere, posto su una delle due rive del Canal Grande.
Poi il quadro da casa Vendramin, passa di mano, fino a essere inserito nel catalogo, (assieme alla “Tempesta” altro capolavoro giorgionesco, anche questo posseduto inizialmente dal Vendramin) della raccolta di Girolamo Manfrin, galleria con sede sul palazzo che si affaccia sul Rio di Cannaregio, ai piedi del ponte delle Guglie.
Per ultimo sul finire dell’800 entra a far parte del nucleo delle opere delle Gallerie dell’Accademia.
Il quadro, un ritratto di anziana che appoggiandosi spunta dietro una balaustra, indicandosi con l’indice della mano destra, rimanda a un cartiglio con la scritta: “Col tempo”, può avere diverse chiavi di lettura.
La più semplice induce a pensare ai guasti del tempo che indipendentemente dalla vita vissuta in precedenza, anche la più specchiata e virtuosa, riducono, senza sconti, l’essere umano a poca cosa.
Ecco che l’abbattimento, la frustrazione e la depressione che vi appaiono, possono essere del tutto legittimi, e vi si possono leggere molto chiaramente.
In realtà l’enigma della pittura di Giorgione rimanda a una lettura ben più complessa, che va oltre all’apparente e che s’intriga con particolari, che portano a scoprire riferimenti astrologici ed esoterici.
La cornice stessa del quadro progettata secondo alcuni dallo stesso Giorgione, fornisce molti dettagli e possibilità di lettura; oppure gli stessi accostamenti cromatici del quadro, o anche il disegno della mano, chiaramente michelangiolesca per l’impianto tridimensionale e leonardesca per la posa e però misteriosamente più “giovane” della vecchia proprietaria.
Una delle possibili letture dell’opera, vista come un vero e proprio anagramma, che mette in relazione la scritta riportata nel cartiglio, con gli elementi iconografici, porterebbe a una “soluzione” carica di elementi non solo esoterici ma addirittura eretici, elementi non nuovi, e cari, a quanto pare, al Giorgione e alla sua cerchia.
La soluzione dell’anagramma? Secondo il saggio di E. Guidoni, apparso in “Studi Giorgioneschi”, sarebbe nella frase: “Col tempo vedrà sol d’Indica terra”. Che cosa significa? Beh, con un pizzico d’accidia, ve lo lasciamo scoprire da soli.

 

IRA – Siamo nel 1570 circa. Grandi tensioni pervadono l’arcipelago delle isole greche, lo Ionio e l’Adriatico. Turchi e cristiani si stanno preparando per una generale resa dei conti. Mentre i veneziani stanno preparando la grande flotta e i dettagli per la grande alleanza che affronterà i turchi a Lepanto, Cipro è attaccata.
Pochi sono gli uomini a disposizione e di aiuti, neanche a parlarle. Famagosta, la capitale è posta sotto durissimo assedio, Lala Mustafà (Mustafà Pascià) comanda gli assedianti, mentre Marcantonio Bragadin, assieme a Lorenzo Tiepolo e Astorre Baglioni, coordina la difesa. Un pugno di uomini, i veneziani, contro un’armata stimata in 200.000 uomini bene armati e attrezzati, (sul campo, alla fine, di questi ultimi, ne resteranno oltre 52.000).
Le mura resistono al bombardamento martellante, le astuzie si succedono a episodi di eroismo. E’ trattata una resa che Bragadin, alla fine, rifiuta. Ritorna però sul suo ragionamento, quando è la popolazione ormai allo stremo a chiedere di negoziarla.
Mustafà la concede, è il 1° agosto 1571, ed è una resa più che onorevole, a tutti è concessa una possibilità di salvezza.
Marcantonio Bragadin, assieme ai comandanti veneziani si presenta alla tenda di Lala Mustafà per consegnare, simbolicamente e nell’uso cavalleresco, le chiavi della città.
L’accoglienza è cordiale, ma la situazione presto degenera. Al Bragadin, Mustafà in un impeto d’ira, mozza un orecchio l’altro è un soldato della guardia a tagliarglielo.
I comandanti e Baglioni, sono decapitati all’istante, Mustafà mostra alle proprie truppe la testa del Baglioni “Ecco il campione di Famagosta”, grida a squarciagola.
E’ il segnale della rottura della tregua. La città è saccheggiata, la popolazione trucidata o ridotta in schiavitù, i soldati decapitati e con le teste si formerà un gran mucchio.
Il 17 agosto, il Bragadin, debilitato dall’infezione, è caricato con delle gerle piene di sassi e fatto girare per le mura della città. Poi, issato sul pennone di una galea e successivamente legato a una colonna, è brutalmente scorticato vivo.

marcantonio_bragadin

Le membra date in pasto ai cani. Con la pelle, riempita di paglia e ricucita, viene creato un fantoccio che è issato su di un bue e fatto girare per tutta Famagosta a memento dell’ira turca.
Con la pelle e le teste del Bragadin, del Tiepolo e del generale Martinengo è fatto un macabro altarino che girerà le coste asiatiche, fino a giungere a Costantinopoli.
La pelle di Bragadin è in seguito trafugata nel 1580 dall'arsenale di Costantinopoli, da un giovane marinaio veneziano, Girolamo Polidori ed è portata a Venezia e conservata nella chiesa di San Gregorio.
Per essere poi conservata in quella dei Santi Giovanni e Paolo (fermata Actv Fondamente Nove, linee 4.1-4.2, 5.1-5.2), dove ancora oggi si trova, raccolta in un’urna dorata posta di fianco alla magnifica pala di Giovanni Bellini, il polittico San Giovanni Ferreri.
All’ira del turco, succedette, dopo pochi mesi, quella della flotta della Lega cristiana (Spagna, Genova, Papato, Savoia, Cavalieri di Malta, Venezia), guidata da Giovanni d’Austria, che a Lepanto il 7 ottobre 1571 spazza via quella turca.
Il campione della battaglia è il settantacinquenne Capitano Generale veneziano Sebastiano Venier, che con la sua nave, “La Capitana”, rompe il fronte nemico.
Il comandante nemico Ali Pascià decapitato e issato sul pennone dell’albero maestro dell’ammiraglia spagnola, battaglia ancora in corso, fa il pari con quanto avvenuto per il Bragadin.
I Turchi lasciano sul campo 80 galee affondate, 117 catturate, 27 galeotte affondate e 13 catturate, 30.000 uomini tra morti e feriti, altri 8.000 prigionieri e 15.000 cristiani liberati dalla schiavitù ai banchi dei remi.
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L’ira veneziana ha la sua lapide in Campo Santa Maria Formosa, civico 6129, a pochi minuti a piedi dai SS. Giovanni e Paolo, in un bel palazzo gotico tinteggiato di giallo, che ricorda il luogo dove nacque, appunto, il Capitano da Mar della Serenissima Repubblica, vincitore di Lepanto.

 

SUPERBIA – Ve la immaginate una vita dedicata a una sola cosa? Ve la immaginate una vita spesa a coltivare un luogo dove si celebri la vostra fama, che si spera immortale?
Beh, direte niente di nuovo sotto il sole, visto che ci vogliono quaranta (40) anni della vostra esistenza, e sembrano non bastare più, per godere il privilegio della pensione.
Ma se spostate la lancetta del tempo indietro di 4-500 anni, vi accorgere che il concetto di pensione, era leggermente difforme dal nostro.
In ogni caso, l’affermazione della propria identità, era comune, se non simile e la voglia di gridarla al mondo altrettanto forte.
Forse per questo grandi autori hanno passato lunghi anni all’interno di una chiesa, o di qualche altra istituzione lasciando una lunga serie di opere, non senza un pizzico di superbia.
Pensiamo a Jacopo Tintoretto e alle pitture per la chiesa della Madonna dell’Orto o al ciclo per la Scuola di S.Rocco, o al Veronese che lavora per lunghissimi anni, e per ragioni del tutto particolari all’interno della chiesa di S.Sebastiano.
Oppure il Carpaccio della Scuola dei Dalmati e Schiavoni a Castello.
Ma forse l’esempio più funzionale alla nostra disquisizione è l’opera di Giovanni Antonio Fumiani per la chiesa di S.Pantalon, nelle vicinanze di S.Margherita (in vaporetto da S.Tomà o da Ca’Rezzonico).
La chiesa di S.Pantalon (S.Pantaleone), in ampliamento a quella preesistente, è eretta tra il 1668 e il 1686 e mai completata. Dall’esterno si nota un’importante fessurazione che parte dal tetto e corre lungo la facciata in mattoni a vista, che danno l’impressione di una struttura in pericolo di statica.
Il progetto originale è di Francesco Comino e l’interno è stato pensato a navata unica, con una serie di cappelle laterali.
Quest’unica navata è interamente coperta da un soffitto composto di un’unica tela dipinta a olio, talmente colossale da rappresentare un quadro che potrebbe essere inserito nel moderno Guinness dei primati.
Racconta gli episodi che portano al martirio di S.Pantaleone e, l’autore, il Fumiani, ci passò ben ventiquattro anni della sua vita, dal 1680 al 1704, saltando di ponteggio in ponteggio e delineando un fantastico mondo di personaggi e di meravigliosi giochi prospettici, derivati dalle fantastiche concezioni dei pittori del barocco romano ma anche anticipando i temi aulici del settecento veneziano della famiglia Tiepolo.
S.Pantaleone visse e operò a Nicodemia, in Asia Minore nel IV secolo. Figlio di madre cristiana e padre pagano, fu iniziato all’arte medica e dopo avere curando un cristiano, tal Ermolao, fu colto dal lampo della fede.
Sposa talmente il precetto, da affermare che la “vera” medicina è la fede stessa, anticipando così curiosamente, il concetto di medicina omeopatica.
Battezzato, continuò nell’arte medica aggiungendo qualità taumaturgiche, che portò pure alla riconoscente conversione cristiana di molti.
Condannato a morte dall’Imperatore romano Massimiliano, (che non vedeva di buon occhio l’azione anche propagandistica del futuro santo), superò una prima volta la prova della forca, poi si tentò di eliminarlo buttandolo a mare con una pesante pietra al collo, ma salvatosi, fu dato in pasto alle belve feroci.

fumiani_2 GB. Fumiani, la Gloria di S.Pantaleone, Venezia

Superata anche questa prova, e solo per intercessione divina, forse stanca di tanto strazio, Pantaleone fu infine decapitato.
Insomma, il Fumiani, ci passò su quella pittura e su quelle prove di martirio, ben ventiquattro anni, delineando una pittura così maestosa e superba, da far girare la testa un po’ a tutti, e forse anche al nostro, che da quelle impalcature pose fine alla propria esistenza volandone giù come un angelo, ma senza ali.

GOLA – La definizione “I golosi si scavano la fossa coi denti piuttosto cinica (ma azzeccata) del pittore Henri Estienne, nato a Parigi nel 1528, ci aiuta a entrare in tema con il percorso legato al vizio della gola.
Ci aiuta non solo per l’aforisma, ma anche per via della data di nascita dell’autore, che ci riporta a una Venezia al massimo splendore.
In quei primi anni del ‘500 Venezia è una tale fucina politica, sociale e artistica, da rappresentare una vera e propria Babele di personaggi, da far girare la testa a chi ha avuto la possibilità di viverci e per chi, ai nostri giorni, la studia.
Nel campo pittorico rivaleggiano in bravura e per ottenere commissioni pubbliche e private, Bellini, Giorgione, Carpaccio, Lotto, Sebastiano Luciani, Cima da Conegliano, Savoldo, Leonardo da Vinci, Pordenone, Palma il Vecchio, Tiziano, Dürer e molti altri, e gli esiti erano sotto gli occhi di tutti, non solo le chiese e le “Scuole” veneziane erano ricchissime di opere d’arte, ma lo stesso Canal Grande era una sfilata continua di magnifici palazzi, e per di più, affrescati dai grandi maestri.
Tra i molti, in un periodo che va dal 1500 e il 1504, in città è presente un pittore che proviene dai Paesi Bassi, Hieronymus Bosch.
Pittore singolare, nasce circa nel 1450, nelle vicinanze di Tilburg, e un incendio, quando lui è ancora tredicenne, coinvolge la sua cittadina.
Un avvenimento catastrofico al lato pratico, che lo turberà al punto, da influenzarne lo svolgimento artistico nel proseguimento della sua attività.
E’ un pittore che inventa un genere fantastico che si occupa di solleticare le corde più misteriose e terrificanti della religione, reinterpretando, in maniera figurativa del tutto nuova, paradisi e inferni, oppure che tratta, quasi con sadico sarcasmo detti e leggende popolari.
Bosh, tra l’altro, si occupa anche dei vizi capitali, come testimonia l’opera omonima presente al Prado di Madrid.
A Venezia, realizza alcune opere per Palazzo Ducale, come il “Trittico di Santa Giuliana”, andato perduto, e gli sportelli laterali di un’altra opera perduta, sempre per il palazzo dei “Duchi” veneziani.
In ogni caso, Paradiso terrestre, L’ascesa all’Empireo, La Caduta dei dannati e l’Inferno, ancor oggi presenti ed esposte a Palazzo Ducale, possono considerarsi importanti opere autonome.
bosh

L’Inferno in particolare, e i suoi supplizi, darà sicuramente l’opportunità, a tutti noi, di pensare bene prima di indugiare con i peccati, (non ultimo quello di gola) e alle terribili e perpetue conseguenze.

 

AVARIZIA – Un berretto di lana, una giubba rossa, calzabraga tenuta da una cintura dalla quale pendono una spada, un fazzoletto e una borsa. Un mantello nero, con l’interno rosso e un paio di babbucce alla turca con le punte rivolte all’alto.
La “maschera” di Pantalone, avaro per antonomasia. La figura di Pantalone nasce nella Commedia dell’Arte con nome di Magnifico, vecchio mercante aiutato dal suo servo Zanni. Verso la metà del cinquecento la maschera prende forma, seguendo la traccia attuale. E’ Carlo Goldoni 1707-1793, il commediografo-drammaturgo veneziano che ne traccia, in due memorabili commedie come i “Rusteghi” e “Sior Todero Brontolon”, il carattere, per così dire “moderno”.

pantalone La maschera di Pantalone

Pantalone è un vecchio vizioso e licenzioso, che insidia le giovani serve e che fa dell’avarizia il suo vanto e il suo modo d’essere, che trasmette, o tenta, anche ai figli nel caso di matrimoni combinati per convenienza.
Forse all’antitesi del proprio padre putativo, quel Carletto Goldoni, che nasce da famiglia “bene” che però sperpera, a causa del nonno paterno, tutti i suoi averi.
Goldoni diviene così un piccolo giramondo in cerca di esperienze e avventure, sarà a Perugia, Rimini, in Friuli, a Modena, a Pavia, a Padova, dove completerà gli studi di giurisprudenza.
Torna a Venezia per dare il via alla riforma del teatro, ma ben presto se ne fugge travolto dai debiti (1743).
Continua a scrivere per il teatro e la svolta è il contratto che lo lega al teatro di Sant’Angelo (1748), che gli assicura fama e onori e un trionfale ritorno, in quello stesso anno, nella sua città.
Da qui tutta una serie di altalenanti vicende e una produzione torrenziale che sviluppa sempre più il tema della commedia, dell’ambientazione veneziana e dell’ “Illuminismo popolare”, ovvero la critica all’ipocrisia e la consapevolezza della crescente dignità della borghesia e del popolo al cospetto della nobiltà.
Muore a Parigi, travolto dagli effetti più banalmente pratici della Rivoluzione francese, che gli costano la soppressione della pensione di corte, e la miseria più nera.

carlo_goldoni Carlo Goldoni

La nostra visita, al seguito dell’avarizia, ci porta alla casa natale di Carlo Goldoni, situata ai piedi del ponte dei Nomboli a S.Polo (fermata Actv S.Tomà), nel bel palazzo gotico di Ca’Centanni, potremo trovare oltre alla splendida quadrifora sul lato del canale, la caratteristica corte interna con pozzo e la bellissima scala con colonnine in pietra d’Istria.
Il palazzo conserva arredi d’epoca ed è sede del Centro studi goldoniani, con piccolo museo dedicato all’autore, biblioteca e collezioni delle opere letterarie.
Il confine tra avarizia e splendore, come si vedrà dal vero, è sicuramente molto labile.

 

INVIDIA – Forse tutto si può dire sulla personalità di Peggy “Margherita” Guggenheim, si narra che avesse un solo telefono nella sua casa veneziana di Ca’Venier dei Leoni sul Canal Grande, (e per di più a gettoni), ma non certo che rappresenti il nostro campione per il peccato d’invidia.
L’invidia però ce la mettiamo noi, per la vita all’insegna dell’arte, dell’eccesso e della stravaganza, che hanno portato questa miliardaria di origine americana, a mettere assieme la formidabile collezione che porta il suo nome.
Nasce a New York nel 1898, il padre Benjamin (acciaio, argento, rame) muore nell’affondamento dei Titanic, la madre Fiorette Seligman, è figlia d’importantissimi e ricchissimi banchieri.
Maggiorenne entra in possesso dell’eredità paterna, ma ciò non esclude che Peggy si ritrovi a lavorare in una libreria di New York, la Sunwise Turn, che le aprirà il mondo delle frequentazioni dell’avanguardia artistica.
La vita è così turbinosa, da rendere impossibile una veloce descrizione, il punto focale, rimane la capacità di far colloquiare e confrontare le avanguardie artistiche americane ed europee, al punto che: “Il grande talento di collezionista di Peggy Guggenheim sta nella capacità di riunire, con notevole intuito e senza pregiudizio dogmatici, opere che testimoniano, sia la varietà di espressione sia l’unità dell’arte moderna” (dal catalogo del museo).
Tra le decine di opere, in mostra permanente a Ca’Venier dei Leoni (Actv Accademia, Zattere o Salute), spesso decisive per la storia dell’arte, scegliamo “L’impero della luce”, di René Magritte, non fosse perché mette direttamente in relazione il movimento “surrealista”, e la supremazia dell’inconscio, con il peccato, neanche tanto nascosto, di tentare di ridisegnare la realtà, almeno quella che noi conosciamo o facciamo finti di.
Il quadro, famosissimo anche perché molto spesso riprodotto su copertina di libri o utilizzato come poster, rappresenta una strada buia, di notte, con una casa circondata da alberi e un lampione che la illumina nel mezzo, allineata a un cielo blu pastello, luminoso, carico di nuvole vaporose e bianchissime.

magritte L'impero della luce, Magritte, Peggy Guggenheim Collection

E’ violato un elemento fondamentale, quello della separazione del giorno e della notte. La luce del sole, portatrice di chiarezza, qui al contrario è carica di mistero e di turbamento rendendo il paesaggio notturno, ancor più impenetrabile e misterioso.
Un quadro che mette i brividi per la spiazzante semplicità della ricostruzione del pensiero intellettuale che lo accompagna.
Ma questa, come direbe astutamente René Magritte, “Ceci n’est pas invidia”.

 

LUSSURIA –La radice della parola lussuria coincide con quella della parola lusso - che indica una esagerazione - e quella della parola lussazione - che significa deformazione o divisione. 
Appare quindi chiaro il significato di lussuria, che designa qualche cosa di esagerato e di parziale. Il lussurioso cioè è portato a concentrarsi solo su alcuni aspetti del partner (il corpo o una parte di questo) che diventano il polo dell'attrazione erotica; tutto il resto è escluso, l'interezza è negata
”.

Vabbè, è Wikipedia che parla.
Consoliamoci con quanto ne pensa Woody Allen: “Il sesso è la cosa più divertente che ho fatto senza ridere” e pensiamo che la lussuria sia il peccato che rappresenta forse meglio e di più la città di Venezia.
Non è forse Venezia, la città più romantica del mondo, con tutte le sue conseguenze? Non è forse la città capitale del Carnevale e delle sue trasgressioni? Non è forse la città, che ancor oggi ricorda i suoi antichi quartieri a “luci rosse”, intitolando strade e ponti come il ponte de le Tete (tette), e le vicine Carampane (la definizione per le prostitute più anziane)?
Non è la città che celebra i suoi campioni dell’eros, come Veronica Franco, Giorgio Baffo e il campionissimo, una spanna su tutti, Giacomo Casanova?
Bene la lussuria, come avete capito, alberga in ogni dove a Venezia, e anche ovviamente nei musei.
E se cercate un’opera che ve la ricordi, o che vi suggerisca il modo di rendere ancor più piacevole una visita in linea con questo tema, vi suggeriamo di staccare un biglietto per Ca’Pesaro, Museo d’Arte Moderna, a S.Stae (fermata di linea Actv, 1).
Vi aspetterà una sensualissima Giuditta o Salomè di Gustav Klimt.
 Klimt è un pittore austriaco, nasce nel 1862 a Vienna, da padre orafo e da mamma appassionata di musica lirica.
E’ il secondo di sette fratelli.
E’ considerato uno dei massimi esponenti dell'art nouveau, ed è una dei fondatori e protagonista del movimento della Secessione viennese.
A Venezia, partecipa alla Biennale d’Arte Moderna una prima volta nel 1899 con due dipinti, passando praticamente inosservato.
Con ben diverso spirito invece è presentato alla IX Esposizione del 1910, dove tiene una sala personale, che allestisce con ben venti opere, tra le quali Giuditta II o Salomè, dipinta nell’anno precedente, e acquistata dalla Galleria di Ca’Pesaro, con grande fiuto e accortezza, per novemilanovecento lire dell’epoca.
E’ un olio su tela c
e misura 178*46 cm, inserito in una cornice di dorata verticale a fasce leggermente bombate, disegnata dallo steso Klimt, che torna su un tema già da lui trattato in precedenza, alcuni anni prima.

giuditta_klimt Giuditta (Salomè), Gustav Klimt, Venezia, Ca'Pesaro

Il formato è però ben diverso, molto più grande e “Kakemoto”, cioè lungo e stretto in omaggio all’arte orientale e al giapponesismo, molto in voga nell’arte moderna a cavallo dei due secoli.
L’artista si cimenta con la complessità simbolica del mito, Giuditta/Salomè trattiene tra le dita la testa mozzata di Oloferne/Giovanni, ed è dipinta in uno stato di trance tra veglia e sonno, sensualissima a seno scoperto, immersa in una decorazione per certi versi “astratta” e in un’atmosfera trasgressivamente lussuriosa sospesa, com’è, ambiguamente, tra la vita e la morte.
Proprio come la Venezia dei nostri giorni.

 

Alessandro Rizzardini (riproduzione riservata ©)

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